Il Moro e il Crisantemo Bianco – commento ad uno haiku di Sōseki Natsume

白菊にしばし逡巡らふ鋏かな

shira-giku ni

shibashi tamerahu

hasami kana

(Sōseki Natsume)

*

for a while

hesitating to put scissors,-

white chrysanthemum

(trad. inglese di Uematsu Naotaka)

*

a recidere

un crisantemo bianco

un po’ si esita

(traduzione libera italiana 5-7-5, MLV)

*

crisantemo bianco –

per un po’ esitano

le forbici

(traduzione letterale italiana, MLV)

La delicata bellezza di questo haiku di Sōseki Natsume 漱石夏目(1867-1916) tocca subito l’animo e invita ad una pacata meditazione sull’impermanenza delle cose (l’anitya buddhista), soprattutto di quelle più affascinanti, inducendo ad accogliere con serena rassegnazione la natura effimera del mondo.

L’immagine che traspare dalla lettura di questo componimento è quella di un composto dispiacere per l’imminente fine di qualcosa di incantevole (il crisantemo bianco, 白菊, shira-giku) che sta per essere reciso dalle forbici (鋏, hasami).

Tale dolore del distacco non viene, però, esternato con melodrammatica disperazione, bensì con un semplice esitare (逡巡らふ, tamerahu o tamerafu) che però dura solo per pochi momenti (しばし, shibashi).

Sapendo quanto il mono no aware 物の哀れ, l’ineffabile senso di lieve tristezza per la natura transeunte della bellezza, permei la concezione estetica giapponese, gli estimatori della poetica haikai non avranno alcuna difficoltà a percepire prontamente le vibrazioni dello spirito nipponico che si irradiano da questi versi.

Eppure, questo haiku ha una storia molto particolare ed è molto più occidentale di quanto non appaia a prima vista.

Questo componimento fa parte di un gruppo di haiku dedicati da Sōseki Natsume  alle opere di William Shakespeare (1564-1616), il celebre drammaturgo e poeta inglese.

Lo haiku in esame è ispirato all’ultimo atto de Otello (The Tragedy of Othello, the Moor of Venice, La tragedia di Othello, il moro di Venezia, 1603), per la precisione ai versi  3-6 della seconda scena del quinto atto del dramma:

Yet I’ll not shed her blood,

nor scar that whiter skin of hers than snow,

and smooth as monumental alabaster.

Yet she must die

*

Ma non verserò il suo sangue

né scalfirò la sua pelle più bianca della neve

e liscia come alabastro sepolcrale.

Eppure ella deve morire

 

Siamo nella camera da letto di Otello. Il Moro vi è appena entrato e sta illuminando fiocamente il letto dove dorme, inerme e inconsapevole, la bellissima Desdemona. Il protagonista della tragedia la contempla, rapito dalla sua bellezza ma, nel contempo, fermo ed inflessibile nel proponimento di porre fine alla vita della donna da lui, a torto, ritenuta infedele. Parlando a se stesso, Otello esterna il vortice di emozioni contrastanti nel quale il suo animo, dilaniato dalla gelosia, sta inesorabilmente sprofondando. L’idea di scalfire la perfetta bellezza della donna, di ferire la sua candida pelle è per il Moro insopportabile. Egli esita per alcuni momenti dinanzi ad una simile prospettiva e, come sappiamo, egli finirà col trovare un altro modo, meno cruento ma non meno fatale, di porre fine alla vita della sua amata.

Non è difficile intuire qui la commozione ed il trasporto di Sōseki.

Trasponendo questa tragedia di grandi proporzioni (un femminicidio) sul piano delle piccole tragedie quotidiane (recidere lo stelo – e dunque la vita – di un fiore di rara bellezza), Sōseki ricrea lo stesso mood emozionale, rinvenendo una consonanza del sentire che travalica armoniosamente le barriere culturali ed investe l’umanità tutta, nella sua fragilità e nella sua sensibilità.

Sōseki, del resto, ben conosceva l’opera di Shakespeare, poiché, dopo essersi laureato in lingua inglese in Giappone, trascorse alcuni anni a Londra, immerso nello studio delle lingua e della letteratura dei britannici, sviluppando una particolare passione per i personaggi e le vicende narrati dal Bardo di Avon. Tornato in patria, ottenne la cattedra di Letteratura Inglese nell’Imperiale Università di Tokyo e l’impronta lasciata nel suo animo dagli studi shakespeariani si trasferì, gradualmente all’interno delle sue opere, segnatamente nei suoi romanzi e racconti.

Meno noti, ma non per questo meno incisivi e affascinanti, sono gli haiku (circa una decina) che Soseki compose sulla scia delle suggestioni suscitate dai versi del Bardo e che egli inserì nell’introduzione da lui curata alla traduzione nipponica di Komatsu Takeji de The tales from Shakespeare dei fratelli Lamb (1904).

Trovo sia importante, a questo punto, sottolineare quanto l’intero patrimonio di opere shakespeariane sia amato dall’intero mondo giapponese sin dal periodo Meiji (1868-1912); la prima traduzione in lingua nipponica dei lavori del Bardo si deve a Shoyo Tsubouchi (1859-1935), eminente critico letterario che la realizzò negli anni tra il 1909 ed il 1928.

Ancora oggi, il teatro e le liriche di Shakespeare sono oggetto di studi appassionati, di trasposizioni e rivisitazioni, narrative, teatrali e cinematografiche, queste ultime, segnatamente ad opera di Akira Kurosawa 黒澤 明 (1910-1998) con lungometraggi celeberrimi quali Ran 乱 (1985), ispirato a Re Lear, e Il Trono di Sangue 蜘蛛巣城 Kumonosu-jō (1957), rivisitazione di Macbeth.

kajita-hanko-white-chrysanthemums-crisantemo-haiku

Ukiyo-e: Kajita Hanko, Crisantemi Bianchi, 1905 circa.

Annunci

La Traduzione italiana del Commento di Nicholas Klacsanzky al mio haiku “endless mantra”

La poetessa e traduttrice Anna Maria Domburg-Sancristoforo ha curato la traduzione in lingua italiana del commento scritto da Nicholas Klacsanzky (Haiku Commentary, 12/11/16) sul mio haiku “endless mantra”, pubblicato il 18 Ottobre 2016 sul The Mainichi.

http://mainichi.jp/english/articles/20160923/p2g/00m/0fe/109000c

summer wind –
in the sound of waves
an endless mantra

vento d’estate –
nel suono delle onde
mantra infinito

© Maria Laura Valente, Italy

Al primo verso si legge ”summer wind”, vento d’estate, il vento che attenua la calura incombente.

La poetessa precisa la stagione e in questo modo permette al lettore di riversare nello haiku  durante la lettura tutte le nozioni da lui associate all’estate.

Nello haiku il riferimento stagionale funziona esattamente così, facendo affiorare alla superficie le nostre storie personali legate ad un determinato periodo di tempo e gli elementi culturali a questo collegati. È questa una delle ragioni per cui lo haiku può essere così breve: il numero delle associazioni che il poeta  riesce ad inferire mediante l’accenno alla stagione e l’attenzione selettiva alle parole va ben oltre ciò che viene scritto.

La poetessa usa poi qui il trattino, un’ottima scelta per evitare che il primo verso si espanda nel secondo. L’uso del trattino offre inoltre al lettore un momento di pausa, durante la quale immaginare il vento estivo e forse anche richiamare alla mente i ricordi ad esso legati. Alcuni haiku traggono vantaggio da versi che si espandono l’uno nell’altro, mentre altri richiedono un approccio diverso.

Dipende dal poeta se dare la preferenza ad una interpretazione più libera o ad una più vincolante per mezzo della battuta d’arresto.

Nei due versi seguenti la poetessa si sofferma sul suono delle onde e lo paragona a un mantra. Nello haiku si fa generalmente uso della percezione sensoriale non solo per rappresentare il qui ed ora, ma anche per esprimerne significato e sensazioni. In questo haiku la percezione sensoriale scelta è il suono.

Trovo che la parola mantra sia una descrizione appropriata per il suono delle onde, in quanto nei mantra spesso non conta tanto il significato, quanto il loro suono come strumento meditativo. In genere, non interpretiamo cosa ci dicono le onde con il loro rumore ma rimaniamo semplicemente in ascolto e quel suono ci rilassa.

Visto che in questo haiku (come nella maggior parte degli haiku) troviamo una contrapposizione, è bene soffermarci su come le due parti interagiscano tra loro. Il vento d’estate e il suono delle onde sono entrambi calmanti e sembra risuonare in entrambi un’elevata melodia. L’estate d’altra parte è un periodo che vorremmo continuasse per sempre e questo sentimento viene espresso dall’eterno mantra delle onde. La poetessa sta anche probabilmente dicendo che il vento d’estate, squando soffia sulle onde, produce un suono, che lo fa somigliare a un mantra. È interessante questa contrapposizione che colloca il tempo spensierato dell’estate  accanto a un mantra, la cui natura implica una maggiore serietà. È una specie di yin e yang della gioia mondana e della pace dell’io interiore.

La marcata allitterazione della “s” sembra imitare il suono del vento. Anche la lettera “w” è prominente e conferisce leggerezza  al ritmo dello haiku. I versi hanno un andamento naturale e gradevole, secondo lo schema usuale di verso corto, verso lungo, verso corto. Il modo in cui il secondo verso è collocato, crea nel lettore un momento di attesa per l’ultimo.

Nel complesso questo haiku è  rassicurante come un mantra senza fine.  Caratterizzato da un  atteggiamento mistico verso  la natura, ha un potere rasserenante

Nicholas Klacsanzky

(traduzione in lingua italiana di Anna Maria Domburg-Sancristoforo)

Questo il link al commento originale in lingua inglese:

https://haikucommentary.wordpress.com/2016/11/12/maria-laura-valentes-mantra/

femenine-wave-hokusai

Immagine: Katsushika Hokusai, Menami (onda femminile), 1845

La shirabyoushi congedata – commento ad uno haiku di Yosa Buson

 

みじか夜やいとま給る白拍子

mijika-yo ya itoma tamawaru shirabyoushi(蕪村)。

 

short night,-

a Shirabyoushi is granted 

dismissal (Buson, tr. Naotaka Uematsu)

 

breve la notte –

una Shirabyoushi

è congedata (Buson, tr. Maria Laura Valente)

Questo haiku di Yosa Buson (与謝蕪村), ambientato (e composto) in una notte estiva (kigo: notte breve), rievoca la malinconica storia di Giō, narrata nel primo capitolo dello Heike Monogatari (平家物語, XIV sec dC), la celebre epopea bellica incentrata sullo scontro tra i clan Taira e Minamoto per il dominio del Giappone. Malgrado questo romanzo sia focalizzato sui Taira, esso è però narrato dal punto di vista dei Minamoto, la qual cosa aiuta a comprendere il taglio critico che caratterizza alcune figure centrali, segnatamente quella di Taira no Kyomori (平清盛), leader del proprio clan e protagonista dell’opera stessa.

Tra gli episodi di carattere non bellico che meglio illustrano la crudeltà di Kyomori, spicca per intensità emotiva quello di Giō, la bellissima e talentuosa shirabyoushi (danzatrice) che, dopo aver conquistato il cuore di Kyomori, del quale era divenuta amante, si vide rimpiazzare velocemente da un’altra ballerina, Hotoke, alquanto più giovane e dotata di lei. Vittima dei capricci di un amore effimero, la disprezzata Giō non solo venne congedata con insensibile freddezza dal suo ex-amante ma fu addirittura costretta, poco tempo dopo, ad eseguire pubblicamente, per volere di lui, una danza rituale in onore di Hotoke. L’umiliazione pubblica fu un colpo troppo duro per l’artista, la quale decise di abbandonare il mondo e prendere i voti, ritirandosi in un tempio (l’attuale Giou-ji) assieme alla mamma e alla sorella, che scelsero di condividerne la scelta ascetica. Intanto, il senso di colpa che non riusciva a scalfire il coriaceo egocentrismo di Kyomori trovò invece la strada per accedere al cuore della giovane Hotoke. La fanciulla, già intimamente sofferente per il crudele trattamento inflitto alla collega, vide nel declino di quest’ultima un triste presagio del proprio futuro. Il peso della precarietà della propria sorte fu, ad un tratto, talmente pesante da sostenere che ella si fece monaca a sua volta, unendosi a Giō e alle sue congiunte. Le quattro donne trovarono, dunque, nella vita del tempio una rinnovata armonia e nella fuga dal mondo l’unico balsamo in grado di lenire i dolori del proprio animo affranto.

Una breve notte d’estate rammenta a Buson il frangente in cui la non più giovanissima Giō venne congedata senza mezzi termini dal suo volubile amante. La fugacità delle notturne ore estive richiama alla memoria del poeta non solo le coordinate stagionali dell’evento ma anche – e soprattutto – la natura effimera dell’infatuazione di Kyomori per la sensibile danzatrice. La donna viene congedata, come artista e come amante. Il sipario che cala su di lei ha la greve ruvidezza del tessuto monacale, crisalide salvifica dalla quale ella potrà infine rinascere a nuova vita. Lo haiku venne forse composto a Kyoto, durante una visita dello haijin al Giou-ji (祇王寺, noto anche come 《tempio dell’amore tragico》, con chiaro riferimento alla malinconica storia di Giō). In una simile location, carica di emozione e di echi del passato, i fantasmi di questo triste episodio letterario saranno parsi a Buson tanto intensi e reali quanto il profumo del vento fra gli alti bambù che circondavano (e circondano ancora oggi) quel luogo sacro.

Un’ultima notazione sulla figura delle danzatrici  shirabyoushi (白拍子), artiste donne del tardo periodo Heian che si esibivano in danze rituali cortigiane in abiti maschili (quasi una variante speculare degli Onnagata del Kabuki). Il loro abbigliamento, singolare e composito, si ispirava ad elementi tradizionali dello shintoiusmo e dei bushi, e comprendeva un copricapo (tate-eboshi) e una spada (tachi) tipici dei samurai,  un ventaglio maschile (kawahori) e delle giacche (suikan) con pantaloni (hakama) di foggia shintoista. Sul volto, le shirabyoushi applicavano uno spesso strato di cipria bianca che cancellava completamente i loro tratti; su questa base eterea, venivano poi ridisegnate le sopracciglia (molto in alto sulla fronte) e le labbra, anticipando il tipico trucco delle geisha. I capelli, neri e lisci, erano lasciati crescere fin quasi al pavimento e venivano spesso raccolti in una fluente coda di cavallo. L’influenza delle shirabyoushi sulle arti performative nipponiche fu rilevante, ispirando anche esiti del teatro No. Le loro esibizioni erano richiestissime dai notabili di corte e non era raro che le più talentuose ed avvenenti tra queste danzatrici diventassero amanti di personaggi chiave della storia dell’epoca. Fu questo il caso non solo di Giō  e di Hotoke ma anche di Shizuka Gozen (静御前), che fu amante del celebre Minamoto no Yoshitsune (源 義経).

Maria Laura Valente

233k143f

Giō  e Hotoke, by Yōshū Chikanobu (楊洲周延), periodo Meiji (1868-1912)

Il flauto di Atsumori – Commento ad uno haiku di Yosa Buson

笛の音に波もより来たる須磨の秋

fue no ne ni nami mo yorikitaru suma no aki

al suono del flauto
alte si levano anche le onde –
l’autunno di Suma

Questo haiku è stato composto da Buson al tempio di Suma (Sumadera), un luogo di culto molto antico e molto amato, noto perché collegato all’antica guerra Ganpei (XII sec.), che vide contrapporsi in quelle terre i clan dei Minamoto e dei Taira, le cui gesta sono state tramandate dallo Heike Monogatari (平家物語).

Trovandosi in questo luogo così denso di storia, Buson non può fare a meno di ricordare l’episodio forse più celebre di questa guerra, la battaglia di Ichi-no-tani (1184), nel corso della quale perse la vita un giovanissimo bushi, Taira no Atsumori (平 敦盛), il quale, essendo nato nel 1169, era all’epoca poco più che quindicenne.
Desideroso di contribuire alla causa della sua famiglia e non riuscendo a controllare il proprio animus pugnandi, Atsumichi aveva sfidato “a singolar tenzone” un esponente del clan dei Minamoto, Kumagai Naozane, il quale lo sconfisse con discreta facilità ma non si riebbe mai dal trauma di aver causato la morte di un ragazzo della stessa età del proprio figlio, ragion per cui decise di abbandonare la via del samurai e di prendere i voti, ritirandosi dal mondo, assumendo il nome di Rensei (Renshō).
Questo elemento di intensa emotività ha contribuito a rendere celebre un episodio altrimenti destinato a svanire nell’oblio dei secoli. Atsumichi e Rensei divennero così i personaggi di numerose opere: racconti, opere del teatro No e del Kabuki, spettacoli di Bunraku e addirittura moderni manga, anime e romanzi fantasy.

Nel suo haiku, Buson fa riferimento al flauto che, tradizionalmente, caratterizza l’iconografia di Atsumori. Si tratta di uno strumento di gran pregio, chiamato Saeda, donato al nonno di Atsumori dall’imperatore Toba e giunto poi al ragazzo come eredità paterna.
Il giovane samurai era un virtuoso del flauto giapponese e pare che la sua maestria fosse tale da incantare chiunque avesse la fortuna di ascoltarlo, comprese le onde del mare, a Suma, che, al tale suono melodioso, si sollevavano in un impeto d’emozione.
L’autunno a Suma si colora, dunque, di una passione antica (quella di Atsumori, direttamente vissuta) e moderna (quella di Buson, nata dalla rievocazione).
Il mare e il cuore si gonfiano, insieme, d’emozione.

Maria Laura Valente

14485176_792653860875644_457372970492772706_n

Immagine: Taira no Atsumori in una xilografia di Kikuchi Yōsai (1781-1878).

PS: longevissimo, Kikuchi Yōsai, al contrario del povero Atsumori!